Divina Commedia
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In Marco Rinaldi —come in tutti i pittori informali— le percezioni vengono alla luce non obbedendo a precisi ordini razionali ma seguendo intuizioni particolari, accoppiamenti memoriali, accumulazioni emozionali che poi trovano la loro esplosione nelle pennellate che s’incrociano sulle tele, quasi per creare un rapporto rapidissimo tra tensione e co­noscenza: una conoscenza che tocca i cieli della non-logica con tutte le sue difficoltà immaginative e conoscitive per chi si accinge a leggerle.

Anche l’avventura di Rinaldi è totale, irripetibile, personale, sollecitata da un retroterra culturale di colori e di suoni —anche perché la ricerca pittorica può fondersi con analogie musicali— in modo da creare “insiemi” di particolare vivacità narrativa. Non mi pare che il modello sia un mondo di dissoluzione, come è stato per tanti Maestri dell'informale, ma bensì una appassionata propensione per l’avvenire gaudioso del vivere, per l’ipotesi di una lontana ma possibile felicità, ovviamente filtrata dal silenzio dell’attesa, dal pudore del giovane che già avverte la gravità e la sorpresa dell’esistere.

Sulle grandi tele di Marco si avvera la grande avventura del linguaggio: i grumi di colore s'intrecciano con la verticalità e l’orizzontalità del1e costruzioni libertarie che obbediscono a misteriosi orientamenti mentali precostituiti, capaci di tenere bene unite le varie forze in gioco. Dovendo talvolta operare su temi circoscritti l’artista viene a soffrire —come sempre e come tutti— il vincolo contenutistico e ne tenta il superamento collegando ancora una volta la motivazione occasionale con quella più profonda dell’espressione artisticamente valida.


Dino Carlesi

Dino Carlesi

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