Divina Commedia
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L'inferno dantesco
visto da Marco Rinaldi
 
Nel mezzo del cammin di nostra vita
I: Nel mezzo del cammin di nostra vita
III: Per me si va ne la città dolente,
V: giudica e manda secondo ch'avvinghia.
V: Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
VI: etterna, maladetta, fredda e greve
VIII: segando se ne va l'antica prora
XXV: Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
XXVI: Infin chel mar fu sovra noi richiuso
XXXIII: vid'io cascar li tre ad uno ad uno


INFERNO
Canto XXV

...

Insieme si rispuosero a tai norme,
che 'l serpente la coda in forca fesse,
e 'l feruto ristrinse insieme l'orme.

Le gambe con le cosce seco stesse
s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.

Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.

Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
e i due piè de la fiera, ch'eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.

Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l'uom cela,
e 'l misero del suo n'avea due porti.

Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
di color novo, e genera 'l pel suso
per l'una parte e da l'altra il dipela,

l'un si levò e l'altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.

Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
e di troppa matera ch'in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;

ciò che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.

Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;

e la lingua, ch'avëa unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.

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